Il ricordo di un pastorello divenuto vecchio

DON FAUSTO BERNASCONI (BALERNA 16 MARZO 1935 – LUGANO, CLINICA MONCUCCO 27 AGOSTO 1962). IL SUO BREVE, MA PREZIOSO CAMMINO TERRENO È ILLUMINATO ANCHE DAI SUOI SCRITTI, COME LE SUE PAGINE SUL NATALE, DA CUI TOGLIAMO ALCUNI PASSAGGI.
A RACCONTARE È UN VECCHIO, CHE ALLORA, QUANDO I PASTORI FURONO CHIAMATI ALLA GROTTA, ERA UN RAGAZZINO.
ASCOLTIAMOLO, RICORDANDO CON AFFETTO IL CARO DON FAUSTO, CHE VIVE IN DIO E NEL CUORE DI MOLTI CHE L’HANNO INCONTRATO NEL TEMPO BREVE DEL SUO CAMMINO TERRENO E HANNO APPREZZATO IL SUO SORRISO.

Sì, sono Beniamin Ben Jeu. Non so come avete fatto a trovare la strada per salire fin quassù. Non ci viene mai nessuno. Ci viene Salomone, ogni tanto, per chiedermi se ho visto le sue pecore. Se dovessi scendere, nemmeno io potrei risalire. È solo una collina, ma è troppo ripida e sassosa. Sono vecchio ormai. Per settanta volte sono salito al tempio per la Pasqua.
Successe così. Quella sera… ma non vi ho detto che allora ero molto giovane, un ragazzo, solo da un paio d’anni rabbino Moise mi insegnava le Scritture. Rabbino Moise era del mio paese, di Betlemme. Sapete, sono un discendente di David anch’io… Così è. Sia lode all’Altissimo. Ricordo che in quei giorni c’era il censimento ordinato da Quirino.
Una faccenda complicata. Pensate che tutte le famiglie dovevano recarsi al paese da dove partiva la propria parentela. Una fatica non lieve.
Quando si giungeva bisognava presentarsi al centurione. Allora c’era un centurione in ogni borgata un po’ grossa. Lui ti faceva un segnaccio rosso sulle palme delle mani, che non ti potevi levare per tre o quattro mesi. La gente che veniva a Betlemme era tutta gente per bene, ricca, ben vestita. Di regale discendenza.
Non dovete aspettare che io vi racconti chissà che cosa. Vi dico quello che ho visto e provato. E quello che ricordo. Bene. Alla fine, arrivai anch’io all’imboccatura della grotta. E vidi… Come un sogno! Maria se ne stava ginocchioni sul fieno china su un bambino che vagiva. Aveva cavato dalla bisaccia dei pannolini - non ho mai trovato nella vita una donna che non fosse previdente - e stava avvolgendovi la sua creatura. Non si accorgeva della nostra presenza, e sembrava che per lei fosse naturale la luce nella grotta. Un gruppo di pastori si avvicinò. Parlavano concitati. Ricordo ancora i loro discorsi.
Deve essere qui. L’angelo non ha detto dove si trova.
E se nel vederlo restiamo fulminati dalla potenza dell’Altissimo?
Non dire stupidate. Perché non sei morto quando abbiamo visto l’angelo?
Ma perché l’abbiamo saputo noi e non i rabbini di Gerusalemme?
Sei sicuro che è in una grotta?
Ma sì, ma sì, dove vuoi che sia, nella casa del sacerdote?
Io non ho portato niente, mi avete colto alla sprovvista.
Ti do io questa forma di cacio. Per non far figure. Me la darai poi.
Ma perché il Messia è nato in una grotta?
E piantala. Come facciamo noi a sapere queste cose.
Ricordo che Maria si voltò. Ci fece un gesto. Il sole. Si può guardare il sole? Splendente! Non ho mai più visto una donna così bella, nemmeno in Grecia, né sulle terre dove appoggiano le colonne d’Ercole. Qui la mia memoria vacilla. È come il Giordano in piena. Rottami senza valore che affiorano. Ricordo che ero in ginocchio anch’io, chino sul bambino addormentato con i piccoli pugni chiusi vicino al volto. Una folata di vento, improvvisa, e nel vento le voci, questa volta distinte e chiare. Qui c’è una grande confusione. Cosa feci, cosa dissi... ma non ha importanza. Sentii le voci che parlavano di qualcosa del cielo… e questo me lo ricordo benissimo, dicevano: Pace in terra agli uomini di buona volontà.


da
Un giorno il Cielo scese a Betlemme